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Non esiste quiete più calma di quella del giorno di Natale, soprattutto prima dell’alba. Perciò bisogna uscire presto con Pluto e dirigersi sulla collina. Capita di solito che i filari siano imprigionati in una coltre di spessa galaverna, che attutisce il rumore dei passi e il fiatone del cane.


Intorno il nulla, il silenzio è interrotto solo dal fischio del treno in lontananza, una vecchia littorina della linea Novara-Varallo che sbuffa storie tra valle e città. Chissà se ci sarà qualcuno a bordo alle sei del mattino, chissà dove andrà. Mi immagino situazioni d’antan con sporte di panettoni e moscato al seguito. Poi penso al macchinista e al capotreno, questa mattina avranno salutato un letto caldo per uscire a lavorare, anche oggi. Ma penso anche alla gioia di fine turno, quando come tanti si metteranno a tavola.


(foto di repertorio del Museo Ferroviario Valsesiano)

È solo un ricordo, purtroppo la vecchia tratta non è ancora stata riattivata. Ma una leggenda centenaria di persone in movimento fa ancora eco, emozioni che viaggiano su vagoni dalla lunga inerzia. 


I bricchi sono tutti miei, mi piace anticipare il giorno. Arrivare prima di “lui” ti dà il diritto di meglio alloggiare. Verso est inizia a rischiarare, i colori passano dal cobalto al pompelmo. Il Rosa diventa rosa. Il panorama dal colle di San Pietro è pura pace, la vista spazia dalla pianura, le prime colline del Monferrato, in lontananza Superga, poi il Viso e poi via via più nitide le alpi Biellesi e Canavesane fino ai 4000 mila del Vallese. Solo il fumo dei comignoli del paese sotto di me si muove.


 Il Pluto fa su e giù per il ronco. Passa un’auto sulla provinciale sotto di noi. Un altro Natale è arrivato.


Tempo di rientrare e decidere quale bottiglia sacra stappare. Degusto già l’Uva Rara che aprirà il banchetto.

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