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È il profumo delle foglie di quercia a ricordarmi certe note della vespolina. È unico: insieme a quello della robinia, della terra umida, dei sassi è inequivocabilmente la collina. Se mi bendassero e mi mollassero in un punto a caso di questi boschi, probabilmente saprei orientarmi con l’olfatto.


Se ci fosse tanto rovere sarei sulla strada verso la Mandria, se ci fossero dei pioppi tra i filari della Maretta. Ma se ci fosse l’acacia, un bel fresco, sarei certamente in val Fredda.

Proprio da queste parti inizia ogni giornata verso la vigna, è qui che il mondo là fuori confina con quello lassù, protetto da fronde di rovo e pietre che cadono dai fianchi della vecchia strada. Lasciandosi alle spalle tutto, si entra in una realtà dove il respiro si fa più profondo e i sensi riassumono i loro ruoli. 


Prendete ad esempio il panorama dal colle di San Pietro in un’alba di primavera, oppure ,ancor meglio, dopo una nevicata con l’aurora che si riflette sul bianco. Lì sì che si prende consapevolezza della fortuna della vista. 

Oppure basta fare in fretta e spingersi ancor più in là, verso la seconda collina, al Colle Maiolo o alle Carelle. Da un cumulo di macerie, forse il punto più alto delle colline di Ghemme, vedrete il Monte Rosa illuminato dal primo sole sopra una distesa di maggiorine. 


E se farete silenzio, allora anche l’udito si riattiverà senza distrazioni. Un capriolo potrà bramirvi da lontano e qualche ghiandaia farvi spaventare sfrecciandovi di celeste e marrone a due battiti d’ali. 

E se poi volgerete lo sguardo verso terra, sceglierete uno di quei bei ciottoli dai toni screziati che vedrete ai vostri piedi e li stringere forte con le mani. Farete una bella spremuta di roccia, la stessa che poi rinvigorirà le vostre percezioni in un buon bicchiere di Ghemme.


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