“Sto tornando dai miei in campagna, così avrò da mangiare”. No, non sono io a parlare. E nemmeno una delle persone rientrate al sud allo scoppio dell’emergenza Covid-19.

Sono parole che emergono dal brusio “infodemico” di un TG. A pronunciarle un giovane padre di famiglia, insieme a moglie e figli, sul ciglio di una strada che fugge da una città indiana. In molti, come loro, hanno tentato una fuga.

Le metropoli, tanto bramate dai popoli nell'ultimo secolo, ora appaiono svuotate di opportunità, sterili, incapaci di soddisfare i bisogni primari. Piacciono solo a qualche animale selvatico che è riuscito ad attraversare una delle lingue d’asfalto che cingono i centri urbani.

Sgombra come una circonvallazione di Milano, la nostra mente si lancia in associazioni di idee, in questi giorni sospesi. Su Facebook, piattaforma da maneggiare con cautela, intercetto un post in uno di quei gruppi che celebrano l’appartenenza territoriale. C’è un’immagine che cattura la mia attenzione: è lo stemma di un comune italiano in cui passo dei bei momenti, Ghemme. Tra allori e merletti, raffigura un covone di grano e un grappolo d’uva.


Una spiga di grano (foto di Gaelle Marcel via Unsplash)

Tronfio di retorica, questo pezzo di araldica civica trovava gloria solo in testa a qualche processione. Ora si rivela per quello che è: grano e uva, pane e vino, corpo e sangue. E quindi campi e vigne, perché una volta qui (non) era tutta campagna. Ma anche tessiture con l’asilo nido per le maestranze. Poco importa se il bagno in casa fosse un lusso per pochi.

Via dai gonfaloni di raso sgualcito, via da fanfare stonate e signore in calze contenitive, mi immagino l’effige su in alto nel cielo, proiettata come il logo di Batman a ricordarci chi siamo.

Ma torniamo a terra. O meglio nella terra. Perché c’è una cosa che accomuna il capofamiglia del Punjab sopraccitato, gli abitanti di un paese dell’Alto Piemonte e noi tutti: il bisogno di cibo. E il cibo arriva dal suolo.


La vista sul Monte Rosa dalle colline vitate di Ghemme (foto di Stefano Pescio)

Ci ha pensato il nuovo coronavirus a comunicarlo a questa parte viziata di mondo. L’ha fatto attraverso una scarica di code ai supermercati, di rivolte per la spesa, di latte deprezzato, di orchidee al macero, di ristoranti chiusi, di braccianti introvabili, di lievito esaurito.

Sommate alle tematiche ambientali, queste evidenze hanno dato una dimostrazione tangibile dei limiti del sistema, impattando direttamente sull’utente finale. Una conferma delle teorie di scienziati, economisti e attivisti rimaste inascoltate per anni.

C’erano una volta, prima che venissero obnubilati dalla globalizzazione, comunità che affondavano le radici nel settore primario e lo gridavano con orgoglio. Villaggi, come Ghemme, che accarezzavano il concetto di autosussistenza, ben prima dell’invenzione di termini come “economia circolare” o “permacultura”.

Ricordo che la mia nonna Rita, negli anni ’80, vedeva il super una volta al mese e solo quando uno dei figli poteva accompagnarla in auto. Il resto erano colazioni con il latte “del” Paolino, pranzi con il pane “della” Irma, merende con l’uovo sbattuto del pollaio, cene con la minestra dell’orto e il vino della vigna. E la carne “del” Benito, una volta alla settimana. C’era ovviamente dell’altro, il paniere non si esauriva qui, ma le giornate scorrevano grazie alle sinergie di una società che non dipendeva da centri produttivi delocalizzati.

Non so perché, ma faccio coincidere l’inizio dell’era della GDO con il momento in cui arrivarono in Italia quelle meraviglie esotiche chiamate kiwi. Ricordo la corsa al consorzio agrario di tanti, tra cui il mio nonno Franco, alla ricerca di qualche pianta per poterseli gustare con la soddisfazione di averli “allevati”. Il cambiamento era percepibile; Craxi al potere, Chernobyl che da lì a poco ci avrebbe fatto dire ciao! all’insalata e Bim Bum Bam a catalizzare noi bambini della TV spazzatura.

A proposito, parliamo di rifiuti. Fino agli anni ’50 erano per lo più scarti organici. Nelle campagne non esisteva la raccolta dell’immondizia. “L’unica spazzatura erano le scatolette delle sardine — mi disse una volta un signore novantenne in spiaggia — le usavamo per i chiodi”.


Sardine (Foto di Wherda Arsianto via Unsplash)

Questa gente non era benestante, per come lo intendiamo oggi, nessun filtro digitale potrebbe cambiare le tinte di un’epoca in cui il sacrificio era la regola. Nessuno di noi, tolto qualche nostalgico, tornerebbe là dove Instagram non c’era, perché un avocado toast, una ciotola di ramen e un quinoa burger sono ormai piaceri irrinunciabili.

Ma si dovrebbero chiamare eccezioni, dei treat, perché il reperimento dei generi alimentari dovrebbe tornare ad essere un gesto di prossimità. A partire dal rilancio dai negozi di vicinato.

Dovremmo inoltre ripensare le nostre città, i nostri spazi abitativi, prevedendo zone destinate all’autoproduzione. Ovviamente potrà farlo chi ha la fortuna di avere a disposizione un fazzoletto di terra, un balcone.


Banco di verdure (Foto di Scott Warman via Unsplash)

La maggior parte dei beni viaggerebbe, poi, su una filiera accorciata che insisterebbe su aree produttive vicine ai centri di consumo, in grado di garantire l’approvvigionamento del più ampio spettro di prodotti, compatibilmente con i fattori climatici (le banane non andremmo a coltivarle a Mondovì…).

“Dobbiamo prendere confidenza con il termine glocal. — ha dichiarato l’economista Jeremy Rifkin in un’intervista su Repubblica — Io sono coinvolto in un progetto Ue propedeutico al Green deal della presidente Ursula von der Leyen: le Bioregioni, aree anche sovranazionali con particolare omogeneità e vocazione industriale, agricola, culturale. Stiamo delineandone i confini per valorizzare le attività, le produzioni, gli scambi all’interno. Beninteso, visto che le tecnologie lo consentono, con il massimo delle connessioni con il resto del mondo.”

Si potrebbero, da un lato, convertire terreni in orti per i cittadini “amatori”, da un altro destinare all’agricoltura professionale e all’allevamento non intensivo una cintura di spazi al di fuori delle città, con l’obiettivo di rifornire gli scaffali delle stesse.

Esattamente come è sempre avvenuto, fino alla deriva dei tempi che viviamo.

Se ci fate caso, i piatti della tradizione culinaria si basano su ingredienti del territorio, unendo le tipicità che clima e genius loci sono stati in grado di regalare.

Prodotti locali come il riso della pianura, la carne del maiale dello stabbio, il vino della collina, le verze del campo, hanno dato origine, per esempio, a una prelibatezza piemontese chiamata paniscia; un risotto oggi rivalutato da grandi chef, come il novarese d’adozione Antonino Cannavacciuolo.


Risaie (foto di Theme Inn via Unsplash)

Anche le abitazioni avevano la stessa genesi, erette con i materiali che offriva l’ambiente circostante: ciottoli di fiume, travi di querce del bosco, mattoni di argilla locale. È sempre stato così, ben prima dell’avvento di concetti come quello della “casa entro cento miglia”.

Di necessità, virtù. Insomma.

Gli spunti sopra elencati non sono la soluzione definitiva, vanno calati nel complesso contesto macroeconomico che viviamo e che vivremo. Però, una visione che si basa su comportamenti sperimentati nei secoli e innovati con le nuove competenze e il digitale, potrebbe essere una via. Penso a tutti quei casi virtuosi in cui la tradizione si innesta con la stay-at-home economy, di cui solo di questi tempi abbiamo capito la reale potenzialità. I Gruppi di Acquisto Solidale o i delivery che non calpestano i diritti, ad esempio. Almeno nell'agroalimentare, possiamo permetterci un goccio di utopia.

Grazie al nuovo coronavirus abbiamo ritrovato quel senso di coesione dimenticato da settantacinque anni, abbiamo imparato a resistere, a darci delle priorità, a guardarci intorno riconoscendo il superfluo, a dare valore al cibo.

Nell'era del tutto e subito, abbiamo anche imparato ad aspettare.

“Chi ha più di sessantacinque anni può saltare la coda” — intima un addetto fuori dall’Esselunga di via Solari. “No, grazie — risponde una signora con la mascherina che lascia fuoriuscire il naso — si sta bene qui, al sole”

Viva l’Italia


Si ringrazia Francesco Quarna per la gentile concessione. Link all'articolo originale QUI


di Francesco Quarna

Appassionato di musica, montagna e cultura del vino, Francesco Quarna è speaker su Radio DEEJAY.

Perennemente diviso fra città e campagna, ama guardare l'orizzonte dalle colline della sua terra natia, l'Alto Piemonte.