L’Alto Piemonte è un territorio vitivinicolo molto particolare e caratterizzato, ma cosa significa esattamente produrre vino in queste colline? La tradizione agricola è fortemente radicata, da secoli, le imprese si distinguono soprattutto per dimensioni. Mentre nelle vicine Langhe un’azienda di media entità produce 200-250 mila bottiglie, in queste colline sono solo le imprese più grandi ad arrivare a questi numeri, e si contano sul palmo di una mano, solitamente sono aziende storiche che hanno attraversato diverse fasi legate al mondo del vino. Una tra queste è senza ombra di dubbio l’azienda vitivinicola Ioppa, le cui origini risalgono a Michelangelo Ioppa, attorno al 1852. Giunta alla settima generazione, la sede è situata nel territorio del comune di Romagnano Sesia, in provincia di Novara, un tipico borgo nord piemontese alle porte della Valsesia. Geograficamente parlando, il territorio è incastonato fra la Pianura Padana che ne delimita il confine meridionale, le alpi Pennine e Lepontine quello settentrionale, a est lo splendido Lago Maggiore, a ovest il Monte Rosa, simbolo indiscusso dell’Alto Piemonte vitivinicolo, che protegge le colline dalle imponenti gelate. Pensate che la sua cima più alta, “Punta Dufour” (metri 4.634) è la seconda vetta di tutta la catena delle Alpi. Questa montagna dal profilo himalayano è la vera ed unica icona del territorio. E’ stata proprio l’importanza strategica dei suoi ghiacciai ad aver caratterizzato in epoche passate il terreno delle colline novaresi, i suoli sono di matrice morenica ed alluvionale, le rocce e i detriti sono di diversa natura e composizione, con uno stato superficiale di argillecaolini e tufi.


Questi minerali conferiscono al vino notevole sapidità e una caratura di tutto rispetto, in grado di competere ad armi pari con tutti gli altri prodotti a base nebbiolo del territorio piemontese: GattinaraCaremaBaroloBarbaresco e Roero. È soprattutto l’argilla a delineare il tratto inconfondibile di questi prodotti, al suo interno si possono trovare pietre e ciottoli di diversa natura e colore, dal verde al bianco, ma anche grigio, rosa, nero. Queste terrazze moreniche vengono chiamate “pianalti”, e nel novarese l’altitudine è compresa tra i 190 ed i 470 metri sul livello del mare. Oltre a tutto ciò, a fare la differenza sono diversi i fattori determinanti: l’ambiente pedoclimatico, la grande acidità del terreno, l’esperienza dei vignaioli tramandata di generazione in generazione, ne deriva una gamma di vini fortemente caratterizzati che mirano all’eccellenza, prodotti principalmente con l’utilizzo di uve autoctone.


Il vino di Ghemme è da sempre il fiore all’occhiello della viticultura novarese. Già al tempo dei romani, Agamium, così chiamata all’epoca,  era famosa per la qualità dei sui vini, il simbolo di questa antica città era proprio un grappolo d’uva e un mazzo di spighe di grano. Successivamente il vino venne apprezzato alla corte dei Visconti e degli Sforza a Milano. Celebri scrittori ne proclamarono l’importanza: Carlo Dionisotti, Antonio Fogazzaro, non ultimo per importanza Mario Soldati, che nel racconto “L’albergo di Ghemme” celebra questo vino: “Il Ghemme: eccellente, prim’ordine”. Unica DOCG della provincia, nata come DOC nel 1969 e promossa a denominazione di origine controllata e garantita nel 1997, comprende unicamente parte del territorio del comune omonimo e parte in quello di Romagnano Sesia. I vitigni utilizzati sono il nebbiolo (chiamato spanna) minimo 85%, nel restante 15% possono essere utilizzate anche uva rara e/o vespolina. Per quanto riguarda l’invecchiamento, da disciplinare, sono previsti 34 mesi, 18 dei quali in legno. Per la tipologia “Riserva” invece ne servono 46, 24 dei quali in legno. Per entrambe le tipologie sono previsti ulteriori 6 mesi di invecchiamento in bottiglia.

L’incontro con questa solida realtà del novarese è avvenuto in una fredda e soleggiata giornata di gennaio, un periodo dell’anno che negli ultimi tempi sta diventando sempre più affidabile meteorologicamente parlando: poche precipitazioni, la neve è ormai un lontano ricordo, resta il fatto che il cuore degli appassionati di vino va scaldato, c’è poco da fare, e la nostra idea è sempre la stessa, un buon bicchiere del nostro territorio e la conoscenza del perché questo prezioso nettare sia tanto buono. Il nostro timoniere è Luca, giovane ed esperto rampollo di casa Ioppa, il suo compito di oggi è la comunicazione, e devo riconoscere che il nostro protagonista ne fa una vera e propria missione, perché la sua capacità di sintesi e la schiettezza con cui tramanda la filosofia della sua azienda di famiglia è davvero notevole, chapeau!


Giunti alla sede di Romagnano veniamo invitati a salire in macchina, la prima destinazione riguarda una tra le vigne più importanti dell’azienda, un vero e proprio cru di 7-8 ettari del Ghemme DOCG, orgogliosamente menzionato in etichetta: “ Santa Fé”, in dialetto locale “Santa Fede”. Il nome deriva da una chiesetta ancor oggi presente in loco. Luca ci mostra alcuni lavori di rinnovamento del vigneto, che ha ormai tra i 50 e i 60 anni,  gli stessi faciliteranno il lavoro tra i filari, soprattutto la parte più a strapiombo che da sul paese di Romagnano. In vigna incontriamo anche Andrea, fratello maggiore di Luca. Il vigneto Santa Fè è stato impiantato nel 1969 sulla parte alta della collina, questo cru gode di particolari condizioni pedoclimatiche, in primis la costante ventilazione, molto importante per la salute dei grappoli, il terreno ha una matrice fortemente argillosa, con una presenza importante di caolini. E’ rivolto a Sud-Ovest e l’altitudine è compresa tra i 250 e 300 metri. Luca ci racconta che per arrivare al momento della vendemmia con l’uva perfettamente sana e matura è necessario, nel periodo estivo, procedere con il defogliamento sulla fascia dei grappoli e con un diradamento ad inizio invaiatura, lasciando la quantità necessaria a seconda del vino che si vuole produrre. L’azienda riserva da sempre un occhio particolare alla salute del consumatore, e tutto ciò è possibile solo se vi è un rispetto assoluto dell’ambiente. L’adesione al P.S.R. 10.1 (Applicazione delle tecniche di produzione integrata) n’è la prova, perché nei vigneti si effettuano solo concimazioni organiche e trattamenti fungicidi mirati, vengono impiegati solo prodotti a basso impatto ambientale; inoltre, grazie all’attento lavoro svolto in vigna e all’ottimo microclima costantemente ventilato, le viti non necessitano mai di trattamenti antibotritici.


Torniamo in azienda, nel 2003 la cantina Ioppa si è trasferita in Frazione Mauletta, uno stupendo lembo altopiemontese altamente vocato alla viticultura, del comune di Romagnano.  Ad oggi possiede 28 ettari e si assesta su una produzione annua di 350 mila bottiglie, i mercati sono molto diversificati, l’estero è senza ombra di dubbio il core business dell’azienda, soprattutto la Norvegia che l’ha eletta come una delle aziende più ricercate. Attaccata alla sede dell’azienda è presente anche la “Balsina”, uno tra i primi appezzamenti collinari acquistati nel 1852 da Michelangelo Ioppa, ancor oggi coltivato a pieno regime ed orgogliosamente menzionato in etichetta. Questo particolarissimo cru, rivolto a sud-ovest, ha una matrice alluvionale ricca di sali minerali presenti nel terreno per via del disgregamento di ciottoli di diversa natura. Passeggiando tra i filari, ma soprattutto facendo su e giù tra i vari dislivelli, si nota proprio una  presenza di scheletro ben maggiore rispetto al “Santa Fé”. E’ proprio questa la magnificenza dell’Alto Piemonte, perché in pochi chilometri, se non centinaia di metri, può cambiare davvero tutto a livello di morfologia del terreno, e ciò che ho imparato negli anni è che i grandi vini di tutto il mondo crescono proprio in queste condizioni, il territorio della Borgogna insegna. Vini che posseggono una caratura di altissimo livello grazie ad un naso fine ed austero, ed un palato che per via della grande sapidità rimanda alla mineralità del terreno, vera protagonista del comprensorio, ma più avanti vedremo tutto nel dettaglio in relazione ai vitigni impiegati ed al cru preso in analisi.


Prima di accedere alla sala degustazione, Luca ci mostra una rappresentazione dell’antica forma di allevamento a “maggiorina”, esistente da secoli in Alto Piemonte, inventata dal celebre architetto Alessandro Antonelli, nato proprio a Ghemme nel 1798, e costituita da tre viti sostenute da otto pali di castagno che si sviluppano ai quattro punti cardinali.


Inoltre, notiamo uno stupendo dipinto che ritrae il paesaggio circostante, con alcuni degli elementi più caratterizzanti del territorio, l’effetto è davvero suggestivo perché lo stesso è impresso, a mo' di murales, sulla parete d’ingresso della cantina. L’opera è di un artista ed ex professore di educazione artistica del liceo di Romagano Sesia.



Colline  Novaresi DOC Nebbiolo “Rusin” 2019

Veniamo finalmente alla degustazione di alcuni dei vini della gamma Ioppa, cominciando proprio dal Colline Novaresi DOC Nebbiolo “Rusin” 2019 , un’anteprima assoluta prelevata direttamente dalla vasca. Questo rosato negli ultimi anni è diventato un vero e proprio cult per i mercati esteri, soprattutto in Norvegia, tanto che la cantina ha aumentato in maniera esponenziale la produzione, passando da poche migliaia di bottiglie a ben 200.000 esemplari, dedicando all’interno della cantina stessa un’area apposita per la produzione di questo vino. Classica vinificazione in rosato, con  breve macerazione sulle bucce, fermenta e affina in vasche d’acciaio con controllo della temperatura a 15°-16°, segue un periodo di alcuni mesi in bottiglia. E’ un vino ancora in divenire, ma dal frutto già piuttosto coinvolgente, la mela rossa è protagonista e si avverte tanto anche in bocca, un floreale nitido, l’agrume è dolce, la freschezza in bocca invidiabile, questa caratteristica lo rende particolarmente piacevole, beverino,  ma il profilo è tutt’altro che banale perché siamo già in presenza di una sapidità che sarà il filo conduttore della degustazione. Colpisce anche il colore, un rosa cerasuolo con riflessi ramati a bordo bicchiere. Su un crudo di gamberi o una frittura di pesce sa il fatto suo.



Colline  Novaresi DOC Nebbiolo 2018

Il Nebbiolo “d’ingresso”, odio il termine “base”, di casa Ioppa, è un vino che negli anni ho sempre riassaggiato con piacere, è proprio da questa tipologia di prodotti che si capisce bene lo stile aziendale e l’ideale proiezione nei confronti dei cru più blasonati nella categoria Ghemme DOCG. L’utilizzo del solo acciaio per la fermentazione ed affinamento di questa tipologia di vino è una scelta azzeccata a mio avviso, serve proprio ad imprimere nella mente del consumatore i caratteri distintivi del vitigno in relazione al comprensorio. Sarà più semplice in seguito carpire le sfumature dei vini successivi, soprattutto i vini di punta, dove la potenza del terroir e la tradizione impongono l’utilizzo del legno, soprattutto per l’affinamento. La macerazione sulle bucce dura 7-10 giorni con controllo della temperatura in vasche d'acciaio, l’affinamento ha una durata totale di circa un anno , più altri mesi di affinamento in bottiglia. 12,5 % Vol., mostra un granato classico con riflessi chiari, sfumature rubino, abbastanza consistente. Un respiro di media intensità, elegante, giocato sui frutti rossi, lampone, arancia sanguinella, violetta, pepe nero ed una trama balsamica lieve e definita di mentolo. Palato intenso e di medio corpo, tannino coeso, percettibile. Il vino ha la giusta freschezza ed incontra interessanti doti di sapidità. Sorso di media lunghezza. Perfetto l’abbinamento con un piatto di lasagne vegetariane o uno spezzatino di pollo.



Colline  Novaresi DOC Vespolina “Coda Rossa” 2018

Vitigno autoctono dell’Alto Piemonte, allevato soprattutto sulla sponda novarese del comprensorio, deve il nome alla dolcezza dei suoi grappoli, i preferiti dalle vespe, dunque vespolina. L’azienda Ioppa crede moltissimo in questa particolare uva, caratterizzata nella sua composizione chimica dalla presenza del rotundone, la molecola responsabile dell’inconfondibile sentore di pepe. In questo versione la propone seguendo lo stessa filosofia e protocollo di vinificazione del nebbiolo precedente. 12,5% Vol.,ne deriva un calice rubino con riflesso lievemente granato sull'unghia, consistente e di media trasparenza. Impatto al naso notevole, la fragranza riporta a note fruttate di more e mirtilli, impreziosite da una spezia fine che ricorda il pepe del Sichuan, notoriamente agrumato, chiude un accento balsamico. Sorso pieno, molto gustoso, coerente e di media intensità, tannino fine e ben legato, ideale per accompagnare primi piatti a base di verdure o preparazioni dove il coniglio o il pollo in umido sono protagoniste. Non disdegna nemmeno formaggi mediamente stagionati di latte vaccino.



Colline  Novaresi DOC Vespolina “Mauletta” 2013

Il già citato impegno della famiglia Ioppa nei confronti della vespolina è cosa risaputa in Alto Piemonte. “Mauletta” è un omaggio alle potenzialità di questo vitigno, ma l’azienda è soprattutto consapevole delle potenzialità del terreno per arrivare all’idea di un affinamento di 48 mesi in botti grandi da 25-30Hl di rovere di Slavonia, e un minimo di 2 anni di riposo in bottiglia. La macerazione sulle bucce in contenitori d’acciaio inox dura 18-20 giorni a temperatura controllata. 13% Vol.,ci troviamo di fronte ad un vino che già dal colore mostra una certa caratura, rubino squillante attraversato in controluce da lampi granato, buon estratto e notevole consistenza. Un naso suadente, caldo, le note di cacao rincorrono la nocciola tostata, un frutto nero che ammicca alla confettura, una lieve nota di vaniglia Bourbon anticipa la liquirizia, chiude un ricordo minerale di grafite e terriccio. Il palato è perfettamente in linea con il naso, un sorso rotondo, morbido, tannino levigato ma ancor presente, rinfrescato da una discreta spalla acida in leggero ritardo sulla buona sapidità del vino. Lo abbinerei a piatti di cucina speziata con pietanze dov’è presente anche una dose importante di peperoncino, perfetto sulla cucina indiana o formaggi a base di latte di pecora.



Ghemme DOCG 2013

Blend di nebbiolo 85% (anche chiamato spanna) unito a vespolina 15% , il Ghemme DOCG di casa Ioppa non è per niente un prodotto d’ingresso. Chiacchierando con Luca io stesso ho subito pensato ad un vino frutto dell’insieme di vigne giovani di vari appezzamenti, magari ancora non pronte ad entrare nelle classificazioni più ambite, ed invece no, l’azienda ha voluto investire molto su quest’etichetta impiegando vigneti con un’anzianità comunque importante, in zone con diversa esposizione:” Il nostro Ghemme d’ingresso deve subito dare l’impronta del nostro stile, della nostra filosofia, ma soprattutto dev’essere in grado di tradurre le peculiarità del territorio”. Il vino segue lo stesso identico protocollo di vinificazione della “Mauletta”. L’annata 2013, 13% Vol., mostra una verve cromatica calda, intensa, granato di media trasparenza. Il naso è un profluvio di sentori floreali e fruttati che ricordano la viola ed il ribes, un naso dolce, delicato, non amo il termine “femminile”, anche se amo le donne. Giunge la liquirizia, il pepe rosa, una freschissima nota di mentolo e un ricordo terroso di sottobosco. Il palato in questa fase mostra già un equilibrio che non mi aspettavo, complice un’annata regolare senza eccessi di caldo, sensazioni fruttate mature, sorrette da una freschezza notevole, buona sapidità che ne aumenta lo spessore. Perfetto su agnolotti al sugo d’arrosto o formaggi mediamente stagionati di latte vaccino.  



Ghemme DOCG “Balsina”2013

Luca è stato chiaro sin dal principio:” I nostri tre Ghemme, ma includo anche la Vespolina “Mauletta”, devono avere tutti le stesse possibilità, quasi fossero figli al quale non si può far torto, sarà il territorio a mostrare le differenze in relazione alle peculiarità di ogni vigneto”. I vini infatti seguono lo stesso identico protocollo di vinificazione, salvo i due cru di Ghemme DOCG “Balsina” e Santa Fé” dove la macerazione sulle bucce e un po’ più lunga, 20-25 giorni, una scelta azzeccata a mio avviso, per estrarre in termini di austerità il più possibile dalla materia prima. 13,5 % Vol., un calice dalla tonalità profonda, granato, toni caldi che mostrano sull’unghia riflessi mattone, un vino consistente e di buon estratto. Il naso ha un impatto notevole, toni dolci di frutta matura, quali amarena e susina rossa, si alternano a sfumature speziate, noce moscata, vaniglia Bourbon, effluvi balsamici di grafite e sabbia bagnata un floreale leggermente appassito di viola, il vino evolve nel bicchiere e mostra un respiro davvero importante. Il palato ha buon equilibrio nonostante un tannino ancora protagonista, le dolci note fruttate ammorbidiscono il tono e la freschezza ravviva l’insieme, chiude una lunghissima scia sapida. Vino da grandi piatti a base di agnello, ma non disdegna un buon “tapulòn” di Borgomanero (stracotto d’asino), che potrebbe fare la differenza.



Ghemme DOCG “Santa Fé”2013

La 2013 è stata un’annata altalenante, ma caratterizzata per fortuna da un’estate meno arida della media al quale ormai purtroppo siamo abitati. Le escursioni termiche tra il giorno e la notte sono state equilibrate, dunque le temperature non eccessivamente bollenti hanno favorito una maturazione distribuita e graduale, si è arrivati a vendemmiare il leggero ritardo rispetto al solito. Il Ghemme DOCG Santa Fé”2013 in effetti ci ha sbalordito, la componente minerale, data soprattutto dall’argilla nelle diverse componenti già descritte, è davvero caratterizzante, marchia fortemente il vino, ma nell’accezione positiva del termine. 13 % Vol., un granato profondo con sfumature rubino a bordo bicchiere, al naso pietra arsa al sole, metallo caldo, ruggine, incenso, che via via si ingentiliscono dando il giusto spazio ad un agrume pungente che ricorda il pompelmo rosa, ma anche ribes e lampone, pepe nero, timo, tabacco in foglie. Il vino mostra una caratura importante per via di una densità gustativa che impegna il palato, ma la freschezza notevole lo rende piacevole ed elegante, tannino ancora in divenire mostra tutta la sua gioventù, grande il futuro che ha davanti a se. Immancabile la chiusura sapida che ne amplifica la persistenza. Un vino da piatti importanti di cacciagione, lepre in civet, formaggi stagionati di latte vaccino.



di Andrea Li Calzi


Ciao ragazzi,

mi presento, sono Andrea Li Calzi e vivo a Novara. Da sempre ho avuto svariate passioni: basket, musica, cinema e cucina.

Quest’ultima, nel 2004 mi ha permesso di conoscere il mondo del vino, di tutte le passioni è quella che seguo di più, quella a cui dedico più ore del mio tempo libero, ma ciò che amo maggiormente è proprio visitare le aziende dell'Alto Piemonte, regione vitivinciola in cui sono nato e cresciuto, vera e propria culla del Nebbiolo, da noi chiamato Spanna, il re dei vitigini italiani.

Non contento di ciò che ho imparato dai libri comprati, e dalle aziende vitivinicole visitate in svariate regioni d’Italia, ho deciso nel 2012 di frequentare i corsi dell’Associazione Italiana Sommelier e dopo aver letteralmente “divorato” i tre livelli del corso, finalmente nel Giugno del 2013 mi sono diplomato assieme alla mia ragazza.

Danila, grazie a Dio ha la mia stessa passione, successivamente abbiamo frequentato "l'Ecole de Champagne" di Roberto Bellini, un seminario composto da due livelli di approfondimento sul vino più famoso di tutti i tempi, nel 2014 abbiamo avviato on line un blog dal nome "Fresco e Sapido", dedicato al mondo del vino a 360°. Attualmente sono anche uno degli autori della rivista Lavinium di Roberto Giuliani, dal 2000 una delle riviste indipendenti di settore più importanti dello stivale.

Considero questa nobile bevanda un qualcosa che va di pari passo con la civiltà dell’uomo, per svariate ragioni.

In questo nuovo blog, un progetto che sento molto e di cui ringrazio Gian Franco Reino per avermi voluto al suo fianco, il mio desiderio più recondito è quello di farvi conoscere il mio amato Alto Piemonte come non l'avete mai nemmeno immaginato.

Credetemi la materia è più che appassionante, ma non solo, sarà un viaggio dal quale non si torna più indietro.

Si parlerà di vino, una materia che vi permetterà di sviluppare i vostri sensi primordiali più assopiti, gli stessi che abbiamo un pò perso per strada.

Uno di questi è l’olfatto. Questo importante istinto, leggendo i miei aritcoli e assaggiando di conseguenza i vini che avrò il piacere di consigliarvi, lo ritroverete, come tante altri aspetti sensoriali che più avanti vi illustrerò.

Si parlerà di territorio, uno dei più antichi del Piemonte, tra i più vocati per tante, troppe ragioni, ma non voglio ancora svelarvele.

Affronterò interviste con i produttori di vino e con gli enologi del terriotrio, vi parlerò di eventi eno-gastronomici, eventi culturali, dove il vino è sempre presente e funge da complemento, per creare il giusto clima di convivialità.

Questa è una passione viscerale, l’unica che oltre a sviluppare l’intelletto sviluppa i vostri sensi, la vostra anima e dunque il vostro cuore.

Vi permetterà di conoscere tante persone di svariate culture e civiltà, di viaggiare e di fare nuove amicizie, di confrontarvi e perché no, di mettervi in discussione.

Non c’è nulla di più esaltante che assaggiare un bicchiere di vino nel luogo dov’è stato prodotto, pensate alle colline del comprensorio di Boca o di Gattinara, sullo sfondo il Monte Rosa, vera icona del nostro territorio, magari avendo prima parlato con le persone che hanno lavorato le stesse vigne nelle quali sono nate e cresciute.

Infine, magari dopo aver assaporato qualche piatto della cucina locale, fermarvi a considerare che tutto ciò vi ha permesso di provare un’autentica emozione.

Dunque restate sintonizzati, ci sarà da divertirsi e ricordate: "La vita è troppo breve per bere vini mediocri", come disse 

Johann Wolfgang Goethe, io mi permetto di aggiugere: "meglio bere grandi vini dell'Alto Piemonte".